Le solitudini 2020

 

Strano il paradosso del giorno.

Il sole.

I raggi che calano dall’alto.

L’illusione di vedere meglio.

Ma in questo mondo sottosopra la luce in verità camuffa, cela, ottunde.
Quando l’astro splende, una distanza siderale mi separa da tutte quelle anime che so palpitare dall’altra parte della strada, dietro quei vetri riflettenti.

La sera, invece, quelle stesse mura fino a poco prima sonnecchianti spalancano gli occhi e proiettano nella mia direzione inquadrature talvolta così intime da farmi arrossire per il solo fatto di essere lì a guardare.

Eppure, non so più distogliere lo sguardo.

È come se quell’intimità desse dipendenza.

In astinenza, al calare della sera, compio più e più volte l’impudico rituale di scrutare ansiosa la facciata di fronte, pronta a coglierne il risveglio.
All’inizio mi limitavo a sbirciare oltre il vetro, discretamente. Scostavo appena la tenda con un dito.

Ma col trascorrere del tempo l’impulso è diventato più sfacciato, l’appuntamento irrinunciabile.

Sera dopo sera, ormai attendo l’inizio dello spettacolo spudoratamente affacciata alla finestra.

Ed eccoli, infine: lampi di vita, scorci d’esistenza, fuochi fatui.

Puntuali, quando fuori la luce cala, gli altri vanno in scena.

 

Proprio davanti a me, si accende una grande stanza matrimoniale.

Il letto sembra fatto, ma per il resto la camera è in condizioni pietose.

Dalla mia postazione ho l’impressione che non sia rimasto neanche un centimetro quadrato libero: ogni superficie è ingombra di oggetti, per lo più vestiti e accessori. Camicie, gonne, pantaloni, pigiami e vestaglie, cappotti e piumini si sovrappongono tristemente come caduti su un campo di battaglia.

Sciarpe, foulard, cappelli di maglia, di feltro, visiere e pompon giacciono sparpagliati come detriti di un’esplosione.

Tutto è fuori posto.

Fuori dai cassetti, aperti e penzolanti; fuori dall’armadio, di cui scorgo le ante spalancate.

In piedi, proprio di fronte al guardaroba desolato, una donna è immobile.

Ne intravedo il profilo, immobile anch’esso, e la immagino svuotata di forze e sentimento.

Come un minatore incredulo di fronte a una vena esaurita.

Come un esploratore ambizioso che realizzi di aver girato in tondo, ritrovandosi al punto di partenza.

Come chi, aperte tutte le porte, scopra che nessuna di queste lo condurrà mai altrove.

 

Un piano più in basso, tre locali en enfilade si mostrano debolmente.

Nessun riflettore si è acceso sui loro interni al calare del sole. Semplicemente, con l’allungarsi delle ombre, dai tre occhi vetrati rivolti verso di me hanno cominciato a scorrere fioche lacrime azzurrine.

Il bagliore di tre schermi, realizzo.

Nella prima stanza, in effetti, riesco a scorgere un ragazzo grassoccio, poco più di un bambino, accovacciato sotto la finestra a gambe incrociate.

Piccolo Buddha contemporaneo, invece della tradizionale acconciatura raccolta, in testa indossa cuffie vistose. Le mani, in grembo, si aggrappano con dita scatenate alle orecchie di un quadrante luminescente.

Non medita il Buddha, ma ugualmente è in trance.

 

Nel locale accanto, intanto, la madre è una sagoma scura in controluce, le anche appoggiate allo spigolo di un tavolo.

Mi dà le spalle e ne distinguo nettamente solo il braccio destro: sbuca dal buio teso verso la fonte del chiarore, con un piccolo oggetto in mano. La sua bacchetta magica.

 

Diversa la porzione visibile dell’uomo di casa, seduto in quello che dev’essere il suo studio, la terza stanza.

Lui è rivolto verso di me, ma la sua immagine, meglio rischiarata di quelle di moglie e figlio, ha una toppa nera nel mezzo che ne cela le mani, il petto e la parte inferiore del volto.

Scorgo le lenti dei suoi occhiali, appena al di sopra di quella barriera: si colorano di piccole immagini riflesse.

Fa freddo – penso – in quella casa.

 

Alzo gli occhi. La mia attenzione catturata dall’illuminarsi improvviso di un’ampia vetrata a tutta altezza, due piani più su.
La luce in questo caso è calda e forte e spara a tutto volume verso di me le tante sfumature di verde e le esotiche texture di una vera e propria giungla da interno metropolitano.

Le piante svettano da portavasi di tendenza, ricadono da ganci appesi al soffitto, si allineano impettite sugli scaffali.

Si intrecciano, si allungano, si moltiplicano.

Occupano spazio.

Un signore di una certa età si muove con riverenza in quella selva domestica: mi ricorda in un flash uno di quei camerieri mezzi acrobati ammirati alla brasserie La Coupole, a Parigi…
Al posto di un favoloso plateaux di frutti di mare, lui regge un piccolo annaffiatoio cromato e dispensa con grazia e precisione misurate dosi di acqua decantata.

Come uno di quei camerieri, procede chiaramente a fatica fra quella folla di avventori, ma sorride devoto.

Ammiro i suoi movimenti. Comprendo la sua motivazione. Immagino la gratificazione di circondarsi di tanta vita.

Intuisco il sollievo che prova per non essere solo in quella stanza.

 

(Testo liberamente ispirato alla parte V del racconto “Viaggio agli inferni del secolo” che Dino Buzzati pubblicò nel 1966 nella raccolta “Il colombre”), diponibile qui: https://bit.ly/3314mOD  

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