Fotogramma d’infanzia

Per i miei figli, Angelica e Arturo Francesco

(14 dicembre 2013)

È arrivato di notte, come un sogno.

La qualità, però, era quella di un ricordo.

Non è cosa recente. Risale a qualche mese fa e mi è già capitato di raccontarlo a qualcuno; ma solo con parole d’aria.

Trascriverlo era stato il primo impulso. Ma finora non avevo mai trovato il momento giusto, né l’energia sufficiente: ultimamente, pecco in concentrazione.

Senza contare che quel dubbio – “è successo davvero?” -, per qualche tempo ha prevalso sulla dolcezza e la gioia che provo ogni volta accarezzando quell’evanescente reminiscenza d’infanzia.

Oggi, però, di quella gioia voglio fare scorta.

Per questo ho deciso di tradurre quell’episodio – un ricordo, per quanto ne so – in un racconto fatto non più d’aria, ma di bit e forse, più tardi, anche di inchiostro.

Prima che svanisca.

Prima che quella dolcezza evapori dalla mia testa come hanno fatto già il latino, la chimica e i nomi di molti ex compagni di scuola. Il mio passato remoto.

 

Una premessa è doverosa: sono stata una bambina felice.
O quanto meno, credo di aver spesso assaggiato generose porzioni di “felicità”.

Onestamente, a distanza di trent’anni, mi pare abbastanza chiaro che se spesso non mi mostravo  appagata dipendeva dal mio carattere infame: un masochistico cocktail di ipersensibilità e pessimismo che non mi ha mai incoraggiato a godermi il momento.

Ma la verità è che ho avuto un’infanzia serena e particolarmente ricca di stimoli. A turbarla ci provò davvero solo la mia maestra delle elementari: una specie di kapò dai capelli ridicolmente cotonati che ci prendeva per le orecchie e predicava la discriminazione sociale.

Nel complesso, quindi, so di essere stata una bimba privilegiata e parte di quel privilegio consiste nell’avere avuto per tutto il tempo un eccezionale compagno di giochi – mio cugino, praticamente un gemello -, con il quale ho condiviso non solo quell’età magica e una nonna molto speciale, ma anche travolgenti voli di fantasia e grandi spazi dove giocare fino a non poterne più.

Naturalmente, l’uno la spalla dell’altra, a volte provavamo a cacciarci nei guai.
Ma non ci siamo mai riusciti particolarmente bene: tutto sommato, eravamo due bravi bambini. “Beneducati”. E pure piuttosto rispettosi dell’autorità, che avesse o meno l’“A” maiuscola.

Buona parte delle volte che trascorrevamo i pomeriggi insieme, poi, eravamo affidati alla supervisione della Nonna, tanto abile a intortarci come voleva con la sua portentosa dialettica e gli intriganti progetti che pianificava per intrattenerci, quanto efficace nel frenarci al momento giusto facendoci gli stessi “occhiacci” con i quali aveva già tenuto in riga i suoi figli.

La Nonna con noi si dimostrava sempre molto paziente e sono persuasa che  il rispetto che nutrivamo per lei fosse il calcolato effetto collaterale proprio di tanta attenzione nei nostri confronti.

In genere non reagiva alle provocazioni, non ci cascava. Per questo lasciarsi domare da lei era così facile.

Certo, nutrivamo il sospetto che se avesse saputo di qualche nostra piccola bravata potenzialmente pericolosa avrebbe potuto perdere il suo aplomb: per questo, per esempio, tutte le volte che “scappavamo di casa” tornavamo sempre per l’ora della merenda. Non era il caso di tirare troppo la corda, ci dicevamo.
E comunque, a metà pomeriggio a me veniva sempre una fame da lupo…

In genere quelle nostre “fughe” si risolvevano in una passeggiata nel boschetto in fondo alla strada.

Un giorno, però, conducemmo la nostra esplorazione non all’esterno, bensì nei meandri più remoti della grande casa dei nonni.

Almeno credo.

È proprio questo, infatti, l’onirico episodio tornatomi in mente qualche tempo fa.

 

La villa dei nonni era enorme.

 

Lo è ancora, in verità.

Ma è vuota e senza l’alito dei suoi abitanti adesso mi appare mogia e malinconica – “rimpicciolita” – come un palloncino mezzo sgonfio il giorno dopo la festa.

È un edificio che racconta molto del periodo in cui fu costruito: la seconda metà degli anni ’60, ma prima del Sessantotto. Racconta di quella tendenza al consumismo, finanche allo spreco, che caratterizzò la generazione dei sopravvissuti alla Seconda Guerra Mondiale, per lo meno quelli ai quali le cose erano andate bene. E pur avendone amato immensamente la “Grande Piazza” (il gigantesco ingresso a tutt’altezza), la spaziosa cucina che poteva ospitarci tutti, così come la notevole biblioteca a due piani dove si rifugiava il nonno quando rientrava dall’ospedale (era chirurgo), mi accorsi  della sua sproporzione fin da ragazza: nata in piena Austerity, in quella  “grandezza” mi sembrava di cogliere chiaramente la coda dell’epoca grassa e ottimista che mi aveva preceduta.

Lo “spreco”, comunque, in questo caso era stato di materiale e spazio.

Non mi riferisco alla superficie in sé dell’abitazione. Che non è immensa in assoluto, soprattutto considerando  che all’epoca, con tre figli e tre anziani genitori al seguito, i nonni stavano costruendo una casa per una famiglia ancora numerosa.

Penso piuttosto alle proporzioni fra “utile” e “inutile”: troppi metri quadrati e troppo cemento armato immolati alla causa della “forma”.

Se osservata in pianta, infatti, la grande casa è affascinante: ricorda un trifoglio o un fiore stilizzato. È strana. Forse anche bella.

Ma trasportata nella realtà e ai giorni nostri è un po’ incongrua: ha troppi angoli, per esempio, che avrebbero reso difficile arredarla senza mobili su misura, e davvero troppi spazi aperti e altezze esagerate, che testimoniano come negli anni ’60 non ci si preoccupasse granché di bruciare quantità inopportune di gasolio per il riscaldamento.

Detto questo, l’ho adorata. Ai miei occhi di bambina sembrava un castello, lo scenario per eccellenza delle favole.

E come ogni castello che si rispetti, aveva delle segrete (e dei segreti).

Nel pavimento di un angolo della lavanderia, tanto per dirne una, accanto alla taverna, c’era la cantina, un posticino angusto e misteriosissimo alla quale si accedeva da una botola:  scoperchiata, rivelava una scaletta inquietante.

Ne conservo un ricordo vago, perché credo di averla intravista pochissime volte, a Natale o Capodanno, scortando il Nonno a scegliere il vino.
Non mi sarei mai avventurata laggiù senza di lui, nemmeno insieme a mio cugino!
Nella mia memoria, infatti, oltre che alla spaventosa caverna marina di “Bianca e Bernie”, nella quale era costretta a scendere la piccola Penny per cercare il tesoro, quel buco nel pavimento si associa ancora adesso all’apparizione di un ragno con la pancia grossa come il mio pugno.
In realtà, non sono certa di averlo davvero visto, ma nel dubbio…

Sottoterra, quindi, io e il mio compagno d’avventure non ci siamo mai spinti nelle nostre scorribande.
Però una volta – ed è la volta che ha ispirato questo mio “amarcord” – abbiamo puntato al tetto.

Il pistillo della casa dei nonni, la piccola porzione centrale dalla quale si allungano i tre petali dell’edificio, corrisponde sulla carta come nella realtà alla “torretta”.

Luogo piccolo ma luminosissimo, perché finestrato su tutto il suo perimetro, si adattava perfettamente alla mia fantasia del castello – di cui rappresentava  più che degnamente il torrione d’avvistamento – ed esercitava su noi “piccoli” un fascino potentissimo.

Per raggiungerla, però, si doveva varcare una porta proibita (neanche a farlo apposta, situata accanto a quella della “stanza dei bambini”, l’ex camera da letto di mia madre ragazza che era stata assegnata ai nipoti perché la più prossima a quella dei nonni).

Appena dietro la porta proibita c’era un scala di legno che portava su.

Le nostre visite ufficiali al locale più alto erano quindi possibili solo se scortati da un adulto. Ci dicevano che i gradini erano stretti e infidi.  Ma non credo fosse quello il motivo del divieto d’accesso, almeno non l’unico.

Le altre scale della casa, infatti, percorse con la nostra foga consueta non rappresentavano certo un pericolo meno insidioso.

Quella principale, di marmo, sembrava fatta apposta per battere fatalmente la testa.

Quella più ripida, in biblioteca, eccezionalmente “aerea”, poteva dare le vertigini (e in effetti, adesso che ci penso, anche a quella non c’era consentito avvicinarci più che tanto).

E perdendo l’equilibrio lungo quella infinita di servizio, che portava in taverna e in garage, avremmo avuto modo di frantumarci tutte le ossa del corpo.

Ma la torretta presentava anche altri inconvenienti: le finestre davano direttamente su ogni lato del tetto, perciò uscire per una passeggiata sarebbe stato fin troppo facile.
E poi, da lì si accedeva anche al vano di servizio dell’ascensore (sì, a casa dei nonni c’era pure l’ascensore!): senz’altro un altro valido motivo di apprensione.

Comunque, la volta che io e mio cugino decidemmo di affrontare la scalata alla vetta in barba ai divieti (e alla Nonna), non fu per rischiare di restare appesi alle grondaie o impiccarci alle corde dell’elevatore domestico.

Il nostro scopo era tutt’altro: andare alla scoperta proprio di quegli spazi inutili e sconosciuti che avevamo scoperto nel volume della grande casa. Osservando il castello dal giardino, infatti, ci eravamo resi conto che in alto, sui vari lati della casa, c’erano delle piccole finestre che “non ci tornavano”: non le avevamo mai viste “da dentro”.

La nostra fantasia esplose allora come un tappo di spumante, elaborando  scenari degni di Dumas, situazioni alla “Maschera di Ferro”, per intenderci…

Chi viveva in quelle stanzette mai visitate? A cosa servivano quei locali?

A niente, è l’unica risposta. Ma per noi, quegli interrogativi fantastici valevano un’avventura.

Conoscendo ogni altro angolo della casa, e valutando la considerevole altezza alla quale si trovavano le finestrelle, ci parve ovvio che l’accesso ai locali nascosti si trovasse in torretta, un luogo che non potevamo frequentare liberamente e che già sapevamo celare un passaggio segreto: la porticina sghemba che portava in soffitta.

Come la botola della cantinetta, io e mio cugino avevamo scoperto anche quest’altro piccolo varco misterioso tallonando il Nonno in periodi di Festa.
Era in soffitta, infatti, che per il resto dell’anno riposavano le decorazioni con le quali a dicembre si addobbava l’abete nella Grande Piazza.

La porzione di soffitta praticabile era modesta: una persona adulta, infatti, poteva muoversi abbastanza liberamente, purché curvando la schiena, solo lungo uno stretto binario centrale.
Tutto il resto dello spazio era inaccessibile.
Il Nonno, quindi – che non era alto, ma aveva comunque una mole considerevole – preferiva sistemare le scatole delle decorazioni vicino alla porticina, all’ingresso della soffitta. Per averle ogni anno a portata di mano e non doversi inoltrare più in là sbuffando.

Noi piccoli, perciò, avevamo sempre e solo intravisto l’inquadratura ritagliata dal piccolo accesso.

Quella fu la prima volta che varcammo la porticina. Eravamo alla ricerca delle stanze segrete del maniero e dei suoi abitanti e lì per lì rimanemmo un po’ delusi rendendoci conto che nessuna persona “normale” avrebbe mai potuto celarsi dietro le finestre sulle quali avevamo fantasticato: fra le pareti di cemento armato della struttura portante della casa che disegnavano il corridoio centrale, infatti, si aprivano solo pertugi ridottissimi, attraverso i quali un adulto, uomo o donna che fosse, non avrebbe potuto passare nemmeno strisciando per raggiungere gli spazi perimetrali dell’edificio.

Per attraversarli avresti dovuto essere un nano. Oppure un bambino.

Già.

Non so perché fossi convinta che il terribile ragno della cantina non potesse avere parenti pure in soffitta; fatto sta che nel giro di un minuto mi ritrovai a gattonare insieme a mio cugino verso la luce che pareva chiaramente filtrare da una delle famose finestre.

Stavamo vivendo la nostra avventura. Anche se, avendo constatato l’inaccessibilità di quegli ambienti ai “grandi”, ci eravamo persuasi che non vi avremmo trovato nulla.

Invece.

Proprio vicino alla finestrella c’era una seggiolina da bambino. Una di quelle “vecchio stampo”: di legno, impagliate, identiche – in miniatura – a quelle degli adulti. Molto simile a quelle che nella grande cucina dei nonni erano sistemate intorno al tavolino dei bambini.

E accanto alla seggiolina, sul pavimento di cemento grezzo, matite colorate.

Allora qualcuno c’era!

O almeno c’era stato: tutto, infatti, – seggiola e lapis – era impolverato.

Così abbandonati, gli oggetti sembravano essere stati lasciati lì da qualcuno intenzionato a tornare presto. Ma che non lo aveva mai fatto.

La scoperta ci impressionò molto: un altro bambino? Non certo i nostri fratellini, ancora molto piccoli. Chi, dunque? E quando, soprattutto?
Sapevamo che il nostro castello era stato costruito dai nonni solo qualche anno prima della nostra nascita. Perciò, non poteva aver avuto altri abitanti, prima.
Pensammo per un attimo di prenderci le matite come souvenir. Ma poi non ci parve il caso: decidemmo di lasciare tutto come l’avevamo trovato e sgusciammo via.

Non avremmo potuto indagare ulteriormente – non senza tradirci -, riflettemmo una volta tornati ai piani inferiori. Ma c’era comunque di che essere soddisfatti: eravamo andati a caccia di un mistero e l’avevamo trovato.

A tutti gli effetti, era stata una delle nostre “missioni” più emozionanti.

Questo è tutto quanto ricordo a proposito di quel pomeriggio. O quanto ho sognato: non so dire se sia realmente accaduto. Quello che so è che sarebbe plausibile.

Tuttavia, quando l’episodio mi è venuto in mente, mi sono resa conto di un particolare che da bambina non avrei considerato: nonostante ci sembrasse così più grande di noi, quando la casa era stata inaugurata il nostro comune zio, il più giovane della famiglia, aveva solo 12 anni.
E per quanto la cosa oggi mi sembri strana, so che all’epoca lo zione era pure magro come un picchio!

Insomma, anche lui avrebbe potuto rifugiarsi in soffitta e raggiungere senza troppa fatica le stanzette “inutili”  attraverso quegli angusti passaggi.

Sì, mi sono detta, forse quello che avevamo trovato quel giorno era un fotogramma della sua infanzia.

E forse il bambino di allora non aveva abbandonato volontariamente quegli oggetti: forse un giorno era tornato lassù e aveva semplicemente scoperto di non passarci più.

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