Omaggio personalissimo ai 100 anni di Sinatra

Sabato 12 dicembre Frank Sinatra – TheVoice – compirebbe 100 anni.
Sabato sarà passato un secolo dalla sua nascita a Hoboken, sulla riva occidentale del fiume Hudson, di fronte a Manhattan.

Un americano di prima generazione, lui, figlio del siculo Antonio e della ligure Natalia Delia Garavante.

Dunque un mito a stelle e strisce per nascita ma anche un fenomeno dal DNA 100% italico.

In milioni nel mondo lo hanno adorato.

In milioni nel mondo lo adorano tuttora.

A pochi giorni da una ricorrenza che verrà in ogni modo possibile celebrata da un angolo all’altro del Pianeta, mi piace l’idea di rendergli anche un mio piccolo personalissimo omaggio, rammentando quanto sia stato parte anche della mia vita e quanta parte abbia fra i miei ricordi più cari.

A Jolly Christmas From Frank Sinatra

Una delle motivazioni per cui Sinatra ha per me questa importante valenza sentimentale è banale, nel senso che immagino sia condivisa da tantissime persone, negli Usa, in Italia, come nel resto del mondo occidentale: Frank Sinatra, la sua voce, per me e per tanti altri sono inscindibili dall’essenza del Natale.

Da quando ho memoria, a casa mia la mattina del 25 dicembre non indossava l’abito della festa fino a quando qualcuno non faceva partire il 33 giri «A Jolly ChristMas from Frank Sinatra». Era come una magia. Frank “Ol’Blue Eyes”, il mago…

L’altro motivo per cui gli voglio tanto, tanto bene è un ricordo vivido, importante, della mia tarda infanzia.

Uno dei pochi ricordi che riguarda solo me e mio padre; parlo di un momento solo nostro, un momento da cui fu escluso ogni altro essere al mondo; e dunque rimasto molto prezioso per me anche negli anni seguenti, quando lo scontro generazionale esploso fra noi e sopito solo dai miei vent’anni sembrò allontanarci di ere geologiche, invece dei soli 28 anni di differenza esistenti fra noi.

Chissà se lui ne ha memoria. Non gliel’ho mai domandato.

In ogni caso, credo di riuscire a collocare temporalmente quell’episodio con una certa precisione per un fatto molto semplice: era sera – anzi, notte, per chi, come me, andava ancora a dormire alla fine del telegiornale, senza avere il permesso di trattenersi davanti a un programma tv – e la mamma non era in casa.

Papà era da solo, giù in salotto, e l’unico motivo plausibile è che fosse l’ultima settimana di marzo del 1984: Mamma aveva appena avuto la mia seconda sorellina, Valeria, ed era quindi ricoverata in ospedale per riprendersi dal cesareo.

Io dormivo già. O più esattamente, avevo già spento la luce quando Papà salì le scale ed entrando in camera mia mi chiese se mi andava di scendere con lui al piano di sotto:  c’era una cosa in televisione che secondo lui avrei dovuto vedere.

Ragazziiii… Papà mi chiedeva di vedere un film con lui, di notte!

Quanto ci avrò messo a indossare vestaglia e pantofole per raggiungerlo sul divano? Diciamo un nano-secondo, per stare larghi…

Il film era «L’uomo dal braccio d’oro», non esattamente una commedia…

Papà mi disse che quando il film era cominciato si era reso conto che poteva essere un’occasione per spiegarmi qualcosa di importante, perché alla mia età era giusto che cominciassi a essere messa in guardia dai terribili effetti della droga sulle persone.

È una spiegazione plausibile. Papà è medico. Ai quei tempi era ancora molto giovane e si sciroppava ore e ore di emergenze in pronto soccorso. E la dipendenza da eroina era una piaga sociale sentita: ai lati delle strade, sotto le panchine dei parchi… non era raro vedere diverse siringhe usate e abbandonate. E dagli States giungeva la prima onda di consapevolezza sulla nuova emergenza AIDS.

A me, però, piace pensare che quella sera mio padre – solo, con la moglie ricoverata e la responsabilità di un figlio in più da metabolizzare – abbia avuto bisogno di me, di quella decenne che era quanto di più simile a un altro adulto potesse in quel momento recuperare.

Comunque, lo conoscete? Il film, dico. È stupendo, terribile, con un Sinatra intensissimo e una Kim Novak da togliere il fiato (ora che ci penso anche non restare da solo con la Novak – per la quale mi pare avesse un certo penchant  – mentre mamma soffriva in ospedale potrebbe essere uno dei motivi per cui Papà mi chiamò a fargli compagnia…).

In ogni caso, grazie Frank. E buon compleanno. A casa mia anche quest’anno aprirai la porta al Natale.

 

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