“Computer umani”. Erano donne, erano nere e mandarono l’uomo sulla luna

La locandina italiana del film Il diritto di contare
La locandina italiana di Il diritto di contare

In molti avranno letto o almeno sentito parlare di “Il diritto di contare” (titolo originale “Hidden Figures”); se non lo avete già visto al cinema o in TV, ve lo consiglio.

Uscì nelle sale italiane nel marzo del 2017 e attualmente è disponibile su Amazon Prime Video.

La pellicola ebbe una certa risonanza, sia per essere stata candidata all’Oscar come miglior film, sia per il tema interessante che trattava. Tratta da un omonimo saggio pubblicato negli USA nel 2016, narra infatti la vera storia di Katherine Johnson, matematica fisica e informatica afroamericana che negli anni Sessanta, quando gli Stati Uniti erano ancora impantanati della melma della segregazione razziale, contribuì con alcune sue colleghe, anch’esse di colore, al successo della NASA nella corsa allo spazio.

Avevamo già detto di come, a partire dagli anni ‘50, il sempre crescente bisogno di menti logico-matematiche e di capaci programmatori per i nuovi super calcolatori determinò in ambito scientifico e nell’industria del software un inaspettato aggiramento dei pregiudizi razziali e di genere, per accelerare il progresso delle tecniche di elaborazione dei dati e del coding.

Katherine Johnson al lavoro a un computer della Nasa
Katherine Johnson

Katherine Johnson lavorava insieme alle altre due protagoniste di “Il diritto di contare”, Dorothy Vaughan (matematica e programmatrice) e Mary Jackson (matematica che nel 1958 divenne la prima ingegnera di colore della storia della Agenzia Spaziale Americana) presso la West Area Computers (“unità di calcolo della zona occidentale”) del Langley Research Center di Hampton, in Virginia, la sede più vecchia della NACA (l’Agenzia Aeronautica Americana, che divenne in seguito la NASA).

Intendiamoci, per diversi anni le “coloured computers” (“calcolatrici di colore”, come le apostrofavano i cartelli appesi alla porta della loro stanza e nell’area della caffetteria in cui era loro concesso di trascorrere la pausa pranzo) dovettero continuare a utilizzare servizi igienici dedicati, oltre che mangiare e lavorare in spazi diversi da quelli frequentati dai colleghi bianchi; ma la portata di questa inclusione in una prestigiosa agenzia nazionale fu comunque storica rispetto al percorso verso la conquista dei diritti civili negli States.

La copertina del libro Hidden Human Computers
La copertina del libro Hidden Human Computers: The Black Women of Nasa di Sue Bradford Edwards e Duchess Harris (ABDO Publishing Co, 2016)

Prima che esistessero i computer come oggi li conosciamo, dunque, il governo degli Stati Uniti affidò a questo gruppo di donne afroamericane l’elaborazione di tutti i dati necessari a calcolare rotte, orbite e traiettorie spaziali. Ma le matematiche della West Area erano molto più che mere calcolatrici, tanto è vero che la Johnson tracciò in prima persona le traiettorie del celebre Progetto Mercury (il primo programma con cui gli USA studiarono la possibilità di effettuare missioni spaziali con equipaggio, fra il 1958 e il 1963), così come quelle della missione spaziale Apollo 11, che portò i primi uomini sulla Luna nel 1969.

È dunque fuor di dubbio che i risultati di Katherine Johnson e delle altre siano stati indispensabili per gli straordinari risultati della NASA nelle spedizioni spaziali. La trama de “Il diritto di contare”, non a caso, si concentra proprio sul contributo delle tre protagoniste ai lanci delle navicelle.

Ma le loro storie forniscono molti altri spunti e testimonianze interessanti.

Un ritratto giovanile di Dorathy Vaughan
Una giovane Dorothy Vaughan

Dorothy Vaughan (1910-2008), per esempio, lavorò inizialmente come semplice insegnante di matematica, e fu solo nel 1943 che approdò al Langley Memorial Aeronautical, ingaggiata come matematica per supportare lo sforzo bellico americano. Vaughan in quegli anni lavorò sostanzialmente ai test sugli aerei della NACA, alla ricerca di soluzioni per far volare più rapidamente gli aerei da guerra, in modo che arrivassero il più lontano possibile, con il massimo risparmio di carburante.

Sei anni dopo, venne promossa a capo del West Computing e conservò quella posizione per nove anni, a dispetto della segregazione vigente. Fu in effetti il primo supervisore di colore della NACA, fino a quando l’Agenzia non venne chiusa, nel 1958, per lasciare il posto alla NASA.

La sua, quindi, fu sostanzialmente una vittoria, in termini di integrazione: Vaughan aveva di fatto conquistato la sua posizione programmando i nuovi computer elettronici fianco a fianco con uomini e donne di tutte le etnie. Ma è anche vero che, pur restando fino al 1971 alla NASA, dove divenne una super esperta di programmazione informatica, apprendendo il Fortran e poi insegnandolo ai suoi collaboratori, non riguadagnò mai nella nuova agenzia il ruolo apicale precedentemente conquistato.

Anche Mary Jackson (1921-2005), iniziò a lavorare a Langley come calcolatrice, ma più tardi divenne ingegnere. Il suo campo di studio erano gli aerei supersonici sperimentali e dedicò molto del suo tempo ad analizzare fin nel più piccolo dettaglio lo scorrimento dell’aria sulla superficie dei velivoli, per ridurre al minimo le forze di resistenza.

Mary Jackson al lavoro alla NASA
Mary Jackson al lavoro nel 1977 presso il centro NASA di Langley

La sua permanenza nel gruppo della West Area fu di soli due anni: ne uscì, infatti, grazie alla determinazione con cui dopo l’orario di lavoro seguì corsi universitari riservati ai bianchi, per i quali aveva ottenuto un permesso speciale, che le consentirono di diventare la prima ingegnera di colore della NASA. Tuttavia, a dispetto del titolo accademico e delle sue straordinarie capacità, non raggiunse mai posizioni apicali e fu per questo che, dopo tre decenni dedicati alla ricerca, preferì concludere la sua carriera alla NASA collaborando con le Risorse Umane nell’Office of Equal Opportunity Programs: con l’esplicito intento di tutelare e promuovere la carriera delle donne e delle minoranze all’interno dell’Agenzia Spaziale.

La Johnson (1918-2020), infine, era stata addirittura una bambina prodigio: grande mente matematica fin dall’infanzia, diploma di liceo a soli 14 anni, universitaria a 16, si laureò con il massimo dei voti in matematica al West Virginia State College (università riservata agli studenti afroamericani) a 18. Successivamente, divenne la prima donna di colore a infrangere le barriere segregazioniste dell’Università della Virginia Occidentale, nonché una dei primi tre studenti afroamericani ammessi alla scuola di specializzazione in matematica, fino ad allora riservata ai bianchi, dopo una storica sentenza della Corte Suprema.

Katherine Johnson premiata con la Presidential Medal Freedom
Katherine Johnson premiata con la Presidential Medal of Freedom (2015)

La sua carriera di scienziata e informatica fu di tale rilevanza che nel 2015 Barack Obama le conferì la Presidential Medal of Freedom (la “medaglia presidenziale della libertà” destinata a personaggi che abbiano dato “un contributo particolarmente meritorio alla sicurezza o agli interessi nazionali degli Stati Uniti, alla pace mondiale, alla cultura o ad altre significative iniziative pubbliche o private”). Nel 2016 ricevette un NASA Group Achievement Award e nel 2019 il Presidente Trump le conferì la Medaglia d’oro del Congresso. Dopo la sua morte, inoltre, è stata inserita nella National Women’s Hall of Fame.

Va detto, però, che queste tre brillanti matematiche, di cui oggi grazie al film anche noi conosciamo la storia, non sono le uniche ex “coloured computers” degne di essere ricordate, soprattutto in relazione all’impegno profuso in prima persona per l’emancipazione femminile e razziale.

Impegno preso molto sul serio, per esempio da Miriam Mann (1907-1967). Arrivata alla NACA nel 1943 come Dorothy Vaughan e destinata a lavorare in seguito sui primi computer elettronici e a studiare la meccanica delle manovre di attracco nello spazio, Mann fu protagonista del primo gesto di ribellione contro la segregazione da parte delle calcolatrici: un giorno, infatti, indignata per il fatto di dover pranzare in un tavolo appartato sul retro della mensa, fece sparire il cartello che lo identificava come tavola delle “coloured computers”. Non ottenne granché nell’immediato, visto che il cartello venne ripristinato, ma il suo gesto attirò per la prima volta l’attenzione dei dirigenti sul tema.

Annie Easley sulla copertina di Science and Engineering Newsletter
Annie Easley sulla copertina di
Science and Engineering Newsletter

Un’altra pensatrice controcorrente fu Annie Easley (1933-2911), matematica e ingenera informatica, che da computer umano, ruolo per il quale era stata assunta alla NACA nel 1955, quando i computer divennero delle macchine si rivelò essere una dotata programmatrice. Nel corso degli anni ’70 ebbe occasione di dimostrare la sua eccezionalità in svariati modi, da quelli più simbolici (per esempio decidendo di indossare i pantaloni sul luogo di lavoro, scelta considerata all’epoca una vera provocazione) a quelli più concreti, come quando nel 1977, con soli due anni di farmacia alle spalle nel suo curriculum accademico e lavorando a tempo pieno, riuscì a laurearsi anche lei in matematica.

Alla NASA, fra le altre cose, Easly sviluppò e implementò un codice per l’analisi di tecnologie destinate allo sfruttamento di propellenti alternativi che è stato ampiamente utilizzato nella ricerca sulle energie rinnovabili – comprese le batterie ad accumulo dei primi veicoli ibridi -, così come per il razzo ad alta spinta a ossigeno e idrogeno liquidi Centaur, utilizzato per portare in orbita le capsule spaziali.

Altro personaggio notevole, della generazione successiva alle protagoniste di “Hidden Figures”, è Christine Darden (classe 1942). Matematica, ingegnera aeronautica e analista dati, ha avuto un lungo e felice percorso professionale alla NASA, dedicandosi, in particolare, alla ricerca sul regime supersonico e il boato sonico, per ridurre al minimo le onde d’urto causate da aerei e razzi che infrangono il muro del suono.

Christen Darden
Christine Darden

Darden è stata anche la prima donna afroamericana a essere nominata Senior Executive Service del Langley Research Center, la carica più alta nel servizio civile federale degli Stati Uniti, ed è nota per non aver mai taciuto di fronte alle discriminazioni. Il suo stesso successo come scienziata, del resto, si deve alla sua capacità di reagire alle ingiustizie sul luogo di lavoro: dopo essersi occupata esclusivamente di calcoli per otto anni, dal 1967 al 1975, decise infatti di chiedere conto ai superiori del fatto che gli uomini con le sue stesse credenziali venissero assunti come ingegneri. Sembra assurdo, ma bastò questo – probabilmente perché nessuno trovò una spiegazione plausibile per rispondere alla sua interrogazione – per farle ottenere il trasferimento al dipartimento di ingegneria, dove la sua carriera letteralmente decollò

Fonti:

https://www.newscientist.com/article/2118526-when-computers-were-human-the-black-women-behind-nasas-success/

https://en.wikipedia.org/wiki/African-American_women_in_computer_science

https://it.wikipedia.org/wiki/Il_diritto_di_contare

https://it.wikipedia.org/wiki/Katherine_Johnson

https://it.wikipedia.org/wiki/Dorothy_Vaughan

https://it.wikipedia.org/wiki/Mary_Jackson

https://it.wikipedia.org/wiki/Christine_Darden

https://it.wikipedia.org/wiki/Annie_Easley

https://omeka.macalester.edu/humancomputerproject/files/original/0db3d332862217399c0e4fc1af9ba55e.pdf

Questo post è stato inizialmente pubblicato su https://www.linkedin.com/pulse/i-dati-da-elaborare-per-progettare-moderni-aerei-guerra-perrucci

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