Storia di Arlene. Quando “informatica” faceva rima con “inclusione”

A cavallo degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, quando le aziende cominciarono a puntare sul software per elaborare i propri dati (per esempio per gestire le buste paga) e di conseguenza l’industria della programmazione esplose, forse per la prima volta nella storia i maschi non ebbero più in mano tutti gli assi da giocare a loro favore per accaparrarsi quei nuovi posti di lavoro.

Anzi, inaspettatamente, l’esistenza di pregiudizi di genere pareva favorire l’ingresso nel mercato del lavoro di molte donne.

Questo perché per quei nuovi datori di lavoro l’impiegato ideale doveva essere “semplicemente” dotato di logica, bravo in matematica e meticoloso nell’esecuzione dei compiti; e nell’immaginario dell’epoca, questa descrizione pareva adattarsi a meraviglia alle donne, tradizionalmente abili in attività che richiedono cura e attenzione, come il lavoro a maglia o la buona cucina.

All’epoca, per essere assunti i candidati dovevano sottoporsi a un test attitudinale, per accedere al quale non era necessario possedere conoscenze pregresse in programmazione. Se lo superavano, venivano assunti e poi formati “on the job”, direttamente sul campo.
Nelle loro campagne di reclutamento, non era raro che le aziende dichiarassero apertamente che la formazione sarebbe stata a loro carico e che persino il periodo di formazione sarebbe stato retribuito; e alla fine degli anni ’50, negli States, IBM incoraggiava specificamente le donne a candidarsi per le nuove posizioni lavorative.

Era così importante trovare nuovi talenti in grado di apprendere rapidamente le basi della programmazione, che in quel particolare momento storico i reclutatori non solo dovettero prendere in considerazione di investire sulle signore – fatto già di per sé epocale – ma anche di infrangere importanti barriere razziali.

Esemplare è la vicenda della canadese Arlene Gwendolyn Lee.

Un ritratto del 1959 di Arlene Gwendolyn Lee
Arlene Gwendolyn Lee nel 1959. Immagine tratta dal blog del figlio: http://braythwayt.com/

La storia di Arlene – o Gwen, come la chiamavano in famiglia – è quella di una giovane donna di colore che riuscì a diventare una delle prime programmatrici del Paese, nonostante avesse difficoltà addirittura a trovare qualcuno disposto ad affittare un appartamento a lei e al marito (la coppia era infatti mista e all’epoca, in Ontario, affittare a coniugi birazziali era addirittura illegale).

Avendo compreso che l’unica possibilità di avere finalmente una casa tutta per loro era comprarla, ma incontrando anche molta difficoltà a trovare impieghi ben retribuiti, nonostante gli studi universitari, a causa di quegli stessi pregiudizi, all’inizio degli anni Sessanta Arlene rispose a un annuncio pubblicato su un quotidiano di Toronto. L’inserzione pubblicizzava un’attività di elaborazione dati, non più di tanto dettagliata, ma allettante perché ben pagata.

Quando Lee si presentò all’appuntamento – ha raccontato il figlio sul suo blog nel 2012 – non sapeva ancora bene di cosa si trattasse, ma si rese subito conto di una cosa:

era l’unica donna e anche l’unica persona di colore nella stanza.

C’erano, invece, molti giovani uomini caucasici in fila davanti ad alcune scrivanie, da dietro le quali delle impiegate stavano distribuendo i test attitudinali. Arlene si accodò, ma quando venne il suo turno le signorine le dissero gentilmente che si trovava nel posto sbagliato: i colloqui per l’assunzione delle perforatrici, infatti, si tenevano in un’altra stanza…

Ma Arlene sapeva bene perché si trovava proprio lì: era lì perché, per poter dare una chance alla propria famiglia, aveva assolutamente bisogno di un ottimo impiego.

Senza darsi per vinta, insistette per fare ugualmente il test.

Le impiegate la guardarono perplesse, ma le fornirono comunque sia il testo dell’esame che una matita. Così, ignorando le occhiate interrogative che le lanciavano gli altri candidati, la giovane si accomodò in un banco libero e si cimentò nel test.

Molte domande si basavano sui numeri; chiedevano, per esempio, di indovinare il numero successivo in una sequenza. Altri quesiti erano di pura logica, altri ancora testavano le capacità di astrazione. In alcuni casi, davanti allo schizzo di una figura tridimensionale alla quale mancavano dei pezzi, bisognava identificare quale forma, fra quelle proposte, avrebbe riempito correttamente i vuoti; oppure, era richiesto di riconoscere, fra molti disegni, quale rappresentasse quella stessa forma ruotata o riflessa…

La Lee completò il test, lo consegnò, e si mise pazientemente in attesa di conoscerne l’esito.

Quando finalmente la chiamarono, venne accompagnata in un ufficio dove l’attendeva per il colloquio un uomo, ovviamente bianco, che alla sua vista si mostrò molto sorpreso. L’esaminatore, dopo aver visionato le sue risposte, la interrogò a lungo, chiedendole dei suoi studi e della sua provenienza; infine, sempre perplesso, si allontanò per andare a chiamare un collega. Quest’ultimo, più che sorpreso si dimostrò addirittura irritato, arrivando a domandarle chi l’avesse mandata a fare loro quello scherzo.

Naturalmente la Lee non capiva a cosa si riferisse. Ma quel secondo esaminatore era davvero convinto che lei avesse imbrogliato all’esame e che qualcuno le avesse fornito in anticipo le risposte corrette: aveva raggiunto un punteggio di 99 su 100 e, ovviamente, era impossibile che una donna, per di più di colore, potesse aver avuto tanto successo in un test ideato per misurare l’attitudine alla programmazione di computer!

Empire Life, l’azienda che assumeva, aveva da poco acquistato da IBM un modernissimo calcolatore e ora aveva bisogno di personale che scrivesse i software necessari ad automatizzare i suoi processi aziendali. A quel tempo, Big Blue forniva alle aziende non solo l’hardware, ma anche gli esperti che si occupavano della selezione e della formazione del personale addetto al sistema, programmatori inclusi.

I due esaminatori erano dunque dipendenti di IBM abituati a spostarsi da un cliente all’altro per installare i calcolatori, condurre i colloqui con i candidati e insegnare ai neoassunti a scrivere programmi. Nessuno meglio di loro poteva sapere quanto i risultati della Lee fossero eccezionali.

La sottoposero quindi a un ulteriore colloquio congiunto, le chiesero di risolvere quesiti estrapolati da altri test, domande che di solito riservavano a candidati più esperti. Lei fece del suo meglio, anche se non capiva tanto accanimento, e alla fine in due uomini se ne fecero una ragione:

Arlene Gwendolyn Lee era fantastica, tanto che la selezionarono per il ruolo di analista programmatore, la posizione più alta all’interno del nuovo staff.

Fonti:
https://www.nytimes.com/2019/02/13/magazine/women-coding-computer-programming.html
http://braythwayt.com/posterous/2012/03/29/a-womans-story.html

>>Articolo inizialmente pubblicato su https://www.linkedin.com/pulse/pregiudizi-di-genere-e-razziali-nulla-potevano-fronte-perrucci/

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