Semestre filtro: cosa non torna tra la versione del Ministero e i fatti del 20 novembre
I fatti, oltre l’oltraggioso “storytelling” menzognero che la Ministra Bernini ha propinato. Ecco le falle straordinarie del “semestre filtro” e la fallimentare prova del 20 novembre ‘25
Cominciamo dal contesto: facciamo anche noi un po’ di chiarezza?
L’introduzione della nuova modalità di accesso ai corsi di laurea in Medicina e Chirurgia, Odontoiatria e Protesi Dentaria e Medicina Veterinaria per l’anno accademico 2025/2026, nota come “semestre filtro”, ha rappresentato un cambiamento strutturale nel sistema universitario italiano.
Tale meccanismo prevedeva un periodo di attività formativa propedeutica (Chimica, Fisica, Biologia) seguito da un test selettivo.
In una recente comunicazione istituzionale, che potete visualizzare sul suo profilo Instagram, la Ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, ha purtroppo fornito – seppur non sorprendentemente, poiché avvezza a rilasciare dichiarazioni mendaci – una valutazione sul processo che, al più banale esame dei fatti, presenta diverse affermazioni non corrispondenti alla realtà oggettiva dello svolgimento del semestre e della prova del 20 novembre.
Ma cerchiamo di capire meglio quanto è successo, cominciando dalla natura della prova del 20 novembre scorso, la cui replica dovrebbe andare in scena il prossimo 10 dicembre.
Concorso pubblico nazionale, non “esame di profitto” universitario
Una delle affermazioni false che dobbiamo assolutamente correggere subito riguarda la definizione del test sostenuto il 20 novembre. Bernini, infatti, chiama le tre prove in parte a crocette e in parte “a completamento” (che significa inserire in una frase una parola mancante, ndr) “esami di profitto” universitari; ma il test in questione si configura giuridicamente come una prova di concorso pubblico nazionale per l’accesso a corsi di studio a numero programmato. NUMERO PROGRAMMATO, avete inteso? Che non vuol dire altro che NUMERO CHIUSO, esattamente come negli anni precedenti, esattamente il contrario di quanto aveva affermato di voler abolire la nostra ineffabile Ministra.
Ma proseguiamo approfondendo alcuni punti, per rendere il concetto chiaro in modo definitivo ai più che ancora non avessero colto l’assoluta mendacia dell’intera operazione:
- Lo status dei candidati: un esame di profitto è sostenuto da studenti regolarmente immatricolati per certificare il superamento di un corso. Al contrario, i partecipanti alla prova del 20 novembre non erano studenti universitari ma cittadini candidati, in competizione fra loro per un numero limitato di posti.
- Finalità della prova: i tre test di chimica, fisica e biologia non avevano lo scopo di valutare la preparazione raggiunta in un corso accademico, bensì quello di stilare una graduatoria di merito che determinasse l’ammissione al percorso di studi.
La natura è, dunque, selettiva e concorsuale, non di verifica del profitto.
Definire il test come un esame di profitto è un’inesattezza oggettiva che distorce la natura stessa dell’atto amministrativo e concorsuale!
Ridere per non piangere: la farsa dietro l’erogazione del “Semestre” filtro
Le affermazioni relative alla durata e alla modalità di svolgimento delle attività propedeutiche (“semestre filtro”) presentano una significativa discrepanza rispetto all’esperienza vissuta dai candidati:
- Partiamo dalla durata dei presunti corsi di preparazione: il concetto di “semestre” accademico implica un periodo di attività didattica che normalmente, per standard universitario, si estende per un minimo di 12-14 settimane (infatti nel suo video su Instagram la Ministra sostiene che siano stati erogati tre mesi di lezioni in presenza). Invece, l’attività formativa propedeutica è stata erogata, nella stragrande maggioranza degli atenei, per un periodo di tempo sensibilmente ridotto, per lo più meno di un mese e mezzo di lezioni effettive…
- … e rincariamo il nostro orrore raccontando come si è svolta davvero la “didattica”, perché, nonostante l’importanza formativa e la necessità di garantire condizioni di apprendimento ottimali, le lezioni si sono svolte prevalentemente in modalità a distanza (online) e spesso nemmeno in diretta, perché alcuni docenti hanno propinato lezioni preregistrate – che impedivano ai candidati di interloquire con loro o con dei loro assistenti e porre domande –, che in alcuni casi limite – e terribili – risalivano all’epoca del Covid e dunque non corrispondevano nemmeno ai syllabi diffusi dal MUR sulla base dei quali sarebbero state costruite le prove del concorso. Le sessioni in presenza, quando previste, sono state un’eccezione, limitate a pochi atenei e durate una manciata di giorni.
L’effettivo svolgimento didattico, dunque, non è stato conforme all’impianto e alla durata tipica di un semestre universitario; al contrario, è consistito in un periodo di discutibile preparazione, straordinariamente compresso e quasi totalmente dematerializzato.
Ma veniamo ora al bello! Perché se tutta questa macchina mostruosa inventata da Bernini e relativo staff e votata dai suoi sodali in parlamento già di per sé è sconcertate, non lo è tanto quanto lo sono state le irregolarità della prova del 20 novembre scorso.
Un concorso senza integrità dignità
Un tasto ancora più dolente, infatti, riguarda lo svolgimento del primo “appello” del 20 novembre. Le affermazioni ministeriali che ne confermano la validità si scontrano con una mole significativa di segnalazioni e prove fattuali emerse nel giorno stesso e nei giorni successivi, che hanno messo in discussione l’integrità e l’equità del concorso.
Le principali irregolarità e gli elementi di criticità segnalati da candidati e stampa includono la violazione dell’anonimato e aiuti illeciti: si sono infatti registrate centinaia di segnalazioni da diverse sedi di esame riguardo a presunte violazioni della procedura di anonimato; inoltre, sono emerse denunce circostanziate di candidati che avrebbero ricevuto aiuti diretti da tutor o membri della commissione. In alcune aule, diversi candidati avrebbero sostenuto la prova lavorando in gruppo, gettando alle ortiche (mi andava di scrivere “nel cesso”, ma poi ho pensato fosse poco fine) il principio di valutazione individuale.
E andiamo avanti parlando dell’incredibile – perché a questo giro massiccio quanto mai prima – uso di dispositivi elettronici e diffusione illecita dei quesiti dei test: sto parlando prima di tutto della presenza dei cellulari – e quindi dell’AI – nelle aule; numerose testimonianze video e fotografiche hanno documentato la presenza diffusa di smartphone durante lo svolgimento della prova e la gravità del fatto è accresciuta dalle denunce sull’uso di dispositivi per consultare chat e intelligenze artificiali (come ChatGPT) al fine di rispondere ai quesiti in tempo reale.
Ma non è solo questione di ciò che è stato fatto durante le ore del concorso, è ignobile anche quanto è comprovato essere accaduto nelle ore precedenti, durante la notte precedente: infatti, oltre ad essersi verificata la diffusione di foto dei quesiti d’esame sui social media prima del termine ufficiale della prova in tutte le sedi, violando le misure di sicurezza, picchi anomali di ricerche su Google Trends relative a specifici termini tecnici presenti nei quesiti sono stati registrati non solo in concomitanza o immediatamente prima dello svolgimento delle prove, ma nelle ore antecedenti, suggerendo un uso massivo di ricerche online per rispondere in aula e la diffusione delle domande del concorso da parte di persone che hanno presumibilmente sabotato (non in prima, ma per interposta persona) i plichi sigillati contenenti le prove da svolgere che – evidentemente – non hanno ricevuto adeguata vigilanza ed anzi hanno probabilmente goduto, in qualche sede, di vigilanza infedele.
Non stiamo parlando di semplici illazioni – nel caso qualcuno volesse obiettare che io mi stia riferendo a dei semplici “sentito dire” o a “leggende metropolitane”. Ci sono in molti casi prove difficilmente confutabili: a partire dagli analytics di Google che mostrano anomalie (picchi di ricerca) del tutto coerenti con una fuga di informazioni; ma non solo, perché la narrazione delle irregolarità è stata supportata da una massiccia quantità di prove fotografiche e registrazioni audio/video circolate sui social e prodotte dagli stessi “furbi” che stanno tentando di togliere il merito – e il posto a Medicina & C. – agli “stupidi” che sono impazziti a studiare a casa abbandonati a se stessi e lasciati fondamentalmente soli di fronte all’ignoto, cercando di colmare ogni lacuna relativa alle materie e agli argomenti pubblicati nei syllabi dal Ministero.
Le discrepanze tra la narrazione istituzionale e la realtà sono quindi molto più che documentate, sia in termini di tempistiche del “semestre filtro” che, fatto ancor più grave, per quanto concerne le modalità di svolgimento della prova del 20 novembre, e tutto questo solleva questioni fondamentali sull’equità e l’integrità del sistema di accesso alla formazione medica.
Un concorso pubblico, soprattutto per l’accesso a professioni sanitarie cruciali, richiederebbe la massima trasparenza possibile e una sicurezza procedurale assoluta che, secondo la vasta documentazione e le denunce emerse, non solo non sono state garantite, ma non sono nemmeno state tentate.
Davvero tutti noi possiamo rinunciare ora, qui, di fronte a questo scempio – stando zitti e non ribellandoci a quanto accaduto – a quello che dovrebbe essere un imperativo di qualunque istituzione democratica (oltre che di ogni brava persona)?
Per chi non avesse capito, sto parlando di un minimo di legalità garantita e di coerenza.
Eh sì, gente, perché la somma delle criticità riscontrate – dalla non corrispondenza tra la definizione di “esame di profitto” e la natura concorsuale del test, alla palese insufficienza della durata didattica rispetto al concetto di “semestre”, fino alla gravità e alla vastità delle irregolarità emerse durante lo svolgimento della prova concorsuale stessa – pone una questione fondamentale di coerenza normativa e amministrativa.
In un contesto che aderisca pienamente ai minimi termini di legalità e trasparenza richiesti per un concorso pubblico nazionale, e in particolare per l’accesso a professioni così delicate, le evidenze delle violazioni procedurali e della compromissione dell’integrità della prova non lascerebbero spazio al dibattito. La mole e la tipologia delle irregolarità riportate — dalla diffusione anticipata dei quesiti, al massiccio uso di dispositivi elettronici, fino alla presunta violazione dell’anonimato — sono elementi che, per prassi consolidata in sistemi giuridici e concorsuali coscienti e rigorosi, dovrebbero condurre all’annullamento automatico (di default) della prova.
Mantenere la validità di un test in presenza di tali e tanti elementi di criticità solleva interrogativi sulla reale volontà di garantire un accesso equo e meritocratico.
Ministra Bernini, forse però questo non era il suo scopo?
Perché se non lo era, allora mi taccio. E applaudo: good job, Ministra, good job.
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