Chi fa da sé…

Lavorare con le mani mi piace infinitamente

Mi svaga, mi dà grinta ed entusiasmo, mi svuota la mente da altri pensieri meno piacevoli, regalandomi la sensazione – una volta terminato il lavoro – di rientrare nella solita vita dopo una piccola ma memorabile vacanza.

La fase del progetto poi – quel momento in qui ti si affastellano nella testa  tutti i materiali che ti saranno utili e tutti gli utensili che ti serviranno a realizzare l’idea  – non ha prezzo.

E’ un piccolo percorso esaltante che trasforma un’idea di recupero, di riuso, di fai da te in un oggetto in grado di farti sentire più solido, più “ganzo” e quindi più orgoglioso di te stesso. Oppure, più semplicemente, in grado di risolvere un problema.

Bricolare fa bene all’autostima. Io l’ho imparato dal mio papà. E personalmente apprezzo moltissimo questo tipo di effetti collaterali!

Ho pensato quindi che fosse giusto inserire fra le categorie del mio blog anche “Bricomamma”: qualche saltuario aneddoto sulle mie creazioni o recuperi migliori.

Per cominciare, vi vorrei raccontare come ho scelto e fatto – letteralmente – il mio  “nuovo” tavolo da pranzo per la nostra casa nuova, in cui ci siamo trasferiti alla fine di maggio dell’anno scorso e dove fino a dicembre ci siamo accontentati del vecchio, fedele tavolo da pranzo Ikea, che per 13 anni aveva di fatto svolto il suo onorato servizio, ma che nel nostro nuovo salotto c’entrava ancor meno dei cavoli a merenda.

Per mia fortuna, fantasticavo da tempo di sostituirlo con il tavolo di design anni ’50 che accumulava polvere ormai da cinque anni nella casa purtoppo deserta della mia amatissima nonna Giò.

Il mio altare di famiglia

Quel tavolo, dal profilo per me sensazionale (amo moltissimo le forme vintage anni 50′ e 60′) aveva ospitato ai suoi lati per decenni un’ampia fetta della mia famiglia materna e più tardi, nell’appartamento in cui si erano ritirati i nonni divenne il desco al quale sedersi per avere una parola di consolazione, prendere respiro fra una sessione di studi e un’altra, affogare tristezze o malumori insieme a qualche bisottino goloso nel te con latte preparato ogni pomeriggio in anticipo dalla nonna nel caso qualcuno – chiunque – si presentasse al suo cospetto in cerca di un break, di un’assoluzione, di una predica – costruttiva, eh!- o di uno spassionato consiglio.

Insomma, questo tavolo per me rappresenta una sorta di pentacolo magico, in grado di evocare lari e penati e di fungere da altare per nuovi riti famigliari. Come il cenone della vigilia di Natale, che per la prima volta lo scorso dicembre è stato officiato in casa mia proprio attorno a questo storico altare di famiglia, con i miei genitori e i miei figli, le mie sorelle e i loro compagni e i loro figli. Eravamo davvero tanti.

Esattamente come quando il grande tavolo rettangolare fu scelto da nonna Giò per riunire a tavola tutta la famiglia.

 

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L’ho tanto desiderato!

E quando ho finalmente avuto una casa in grado di ospitarne la lunga silouette in soggiorno, non appena sono riuscita a organizzarne il trasloco dalla vecchia villa di campagna dei  miei nonni al nostro appartamento cittatino, in una palazzina degli anni ’20 nel quasi centro di Milano, me ne sono appropriata (Yuppie!).

Certo, dopo svariati decenni di vita vissuta e gomiti posati in un andirivieni di figli, genitori, nonni, del legno prezioso del rivestimento originario restava ben poco, perciò anni addietro la nonna aveva fatto rivestire il bel piano massello, non più così bello, con una ben più prosaica lamina di formica marrone. Una scelta esteticamente figlia del suo tempo e non particolarmente amabile, ma senz’altro di gran comodità sotto il profilo della pulizia e di un’usura molto più difficile.

Restavano intatte, seppur opache, macchiate, gocciolate, sporche le “zampe metalliche a scocca unica” che tanto evocano lo stile dei tavoli ideati negli anni ’50 da Charles e Ray Eames e il loro meraviglioso design vintage, riproposto ancora a i nostri gioni.

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Insomma, il lavoro non sarebbe mancato e nello specifico, per fare di questo tavolo vintage il pezzo forte del nostro soggiorno, toccava a me sfoderare le magiche arti del recupero.

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… e per partire con il piede giusto, ho innanzitutto dovuto procurarmi il materiale adeguato.
In particolare:

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Forte del mio esercito di barattolini e pennelli e… (Oh my gosh! Ho dimenticato di citare il nastro di carta! SEMPRE SIA LODATO… è anch’esso indispendabile), in una serata solitaria ho fatto tutto!

Tutto quello di cui avevo bisogno l’ho acquistato a colpo sicuro presso il negozio Leroy Merlin di Baranzate.

Passare all’azione

Dopo aver protetto i bordi laterali in legno con il nastro e aver impacchettato i dintorni del tavolo per salvaguardare il pavimento, ho scartavetrato con cura la superficie di fòrmica del piano, per prepararla al colore.

Quindi ho passato due mani di smalto all’acqua – lavorando al chiuso sarebbe stato impossibile utilizzarne uno a solvente, soprattutto d’inverno con le finestre chiuse – servendomi di un piccolo rullo. Infine, ho “curato” i graffi del legno rimasto a vista passando e ripassando dei batuffoli di cotone imbibiti di olio da restauro .

La base ha ritrovato infine il suo colore originario con l’aiuto dell’intramontabile Sidol e di parecchio olio di gomito…

Ora sono molto soddisfatta del risultato. Amo il mio tavolo da pranzo. E amo anche le meravigliose sedie chiavarine originali che vi sono abbinate (anch’esse vintage ed eredità dei nonni) e lo circondano con grande garbo completandolo perfettamente.

 

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